San Felice d’Ocre – C’è un momento, nelle emergenze, che non finisce quando si spengono le luci dei riflettori. Resta nelle mani che hanno lavorato, nelle tende che hanno accolto, nelle storie che continuano a vivere nei luoghi. È a questo tempo lungo della memoria che il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta ha voluto rendere omaggio, con una cerimonia semplice e intensa, nel cuore di uno dei territori che più hanno segnato la risposta al terremoto del 6 aprile 2009.


Nel piccolo centro di San Felice d’Ocre, dove per mesi si è organizzata una parte fondamentale dell’assistenza alla popolazione in stato di necessità, è stato inaugurato un monumento dedicato al lavoro svolto dal CISOM durante quei giorni e nelle settimane successive. Un gesto sobrio, ma carico di significato: non solo un ricordo, ma una testimonianza concreta di ciò che significa esserci, quando tutto crolla.
Attorno al monumento – scolpito con i simboli dell’Ordine di Malta e del territorio – si sono raccolti volontari, autorità e cittadini. Tra loro, insieme al Sindaco, il Presidente Benedetto Barberini, il Direttore Nazionale Luigi Di Iorio, e una figura che rappresenta un ponte tra istituzioni e operatività, Mauro Casinghini l’ex Direttore Nazionale del CISOM e già Direttore della Protezione Civile della Regione Abruzzo. Presenze che raccontano una storia condivisa, fatta di coordinamento, responsabilità e capacità di risposta.


La memoria torna a quella notte di aprile. Alla scossa, al buio, alla polvere. E subito dopo, alla macchina dei soccorsi che si attiva.
Il CISOM arriva nelle prime ore, in stretto coordinamento con il Dipartimento della Protezione Civile e all’interno del sistema nazionale di risposta alle emergenze. È un lavoro silenzioso ma strutturato, che si inserisce nella più ampia architettura della Protezione Civile italiana, fatta di uomini, mezzi, procedure e responsabilità condivise.


In poche ore, volontari provenienti dall’Abruzzo e dalle regioni limitrofe si mettono in movimento. A Poggio di Roio e a San Felice d’Ocre, vengono gestiti due campi, (a San Felice accoglieva oltre 270 persone). Due punti che diventano rapidamente luoghi di vita, non solo di emergenza.
Non si tratta soltanto di montare tende. È costruire un sistema: accoglienza, assistenza sanitaria, distribuzione dei pasti, supporto quotidiano a centinaia di persone che hanno perso tutto.
I presidi medici avanzati operano senza sosta. Più di 150 interventi di pronto soccorso nei primi giorni. I pasti distribuiti aumentano rapidamente: da qualche centinaio al giorno fino a oltre 2.000. Numeri che raccontano una macchina operativa capace di adattarsi, crescere, reggere.
E poi c’è il lavoro meno visibile: l’ascolto, la presenza, la continuità.
San Felice d’Ocre rappresenta la necessità di un impatto immediato e il simbolo della continuità. Qui il CISOM resta. Qui gestisce il campo per tutta la durata dello stato di emergenza, su incarico della Protezione Civile.
Per la popolazione i giorni diventano settimane. Le settimane diventano mesi. È in questo tempo che si costruisce qualcosa di più della risposta operativa: si costruisce una relazione con la comunità. Si conoscono i volti, le storie, le fragilità. Si impara a trasformare un campo in un luogo abitabile, dignitoso, umano.
La Direzione nazionale del CISOM coordina le operazioni sul posto, insieme al Nucleo di valutazione e pronto impiego e ai responsabili territoriali. È un lavoro di squadra, dove ogni livello – locale, regionale e nazionale – contribuisce a tenere insieme l’intervento.
Oggi quel lavoro prende forma in un monumento. Bianco, essenziale, inciso con una frase che richiama lo spirito del servizio: accorrere, aiutare, senza esitazione. Non è un punto di arrivo. È piuttosto un punto fermo che accomuna cittadini e volontari, ricordando che il sistema di gestione delle emergenze si basa sul continuo aiuto reciproco.


Durante la cerimonia, le parole si alternano ai silenzi. Il Sistema di Protezione Civile resta il riferimento di quell’azione corale che ha permesso di affrontare una delle emergenze più complesse della storia recente del Paese. È in quel quadro che il CISOM ha operato, e continua a operare: come parte di un servizio integrato, non come attore isolato.
Alla fine, resta un’immagine: il gruppo di volontari in uniforme, le autorità, i cittadini. Tutti insieme davanti al monumento. Non per celebrare, ma per ricordare.
Perché la memoria, qui, non è un esercizio del passato. È una responsabilità.
E il CISOM, a San Felice d’Ocre, ha voluto dire questo: che esserci non finisce con l’emergenza. Che il soccorso non è solo un intervento, ma un legame. Che anche dopo anni, si può tornare e trovare ancora un senso in quello che è stato fatto.
E forse, proprio da qui, ricordare che si deve sempre ripartire.
Foto di Laura Sarni e Gabriele Tosi