Le ferite invisibili dell’emergenza: al congresso SIPEM il confronto internazionale sulla salute mentale nelle catastrofi

Roma. Le emergenze si raccontano quasi sempre attraverso immagini immediate: sirene, mezzi di soccorso, evacuazioni, persone tratte in salvo. Più difficile è raccontare ciò che non si vede.

Le conseguenze psicologiche di una catastrofe non compaiono nelle fotografie. Restano nelle comunità colpite, negli sfollati, nei sopravvissuti. E, non di rado, anche negli operatori chiamati a intervenire.

È intorno a questa dimensione meno visibile ma essenziale che si è sviluppato il convegno internazionale “Perspectives on MHPSS and Disaster Recovery: evidence from the EviMaPS research”, ospitato presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma, con la partecipazione di accademici, operatori dell’emergenza, organizzazioni umanitarie e specialisti del supporto psicosociale provenienti da diversi contesti nazionali e internazionali. Il CISOM è stato rappresentato dal dott. Pierluigi Policastro, Responsabile nazionale del Soccorso Psicologico.

La domanda che ha attraversato l’intera giornata è stata tanto semplice quanto complessa: come ci si prende cura delle persone dopo una catastrofe?

Lisa Gibbs, dell’Università di Melbourne e principal investigator del progetto EviMaPS, ha aperto i lavori presentando le evidenze della ricerca internazionale sul supporto alla salute mentale nei contesti post-disastro. Alessandra Talamo, della Sapienza Università di Roma, ha affrontato il tema dei traumi collettivi, mentre Junko Otani, dell’Università di Osaka, ha approfondito gli effetti delle emergenze sulla salute e sul benessere di donne e bambini.
Ma il convegno non è rimasto confinato alla dimensione accademica.
La tavola rotonda pomeridiana ha trasformato le riflessioni teoriche in domande concrete, quasi inevitabili.

Che cosa significa lavorare con una comunità dopo una catastrofe? Come cambia il supporto psicologico tra la fase acuta e il medio-lungo periodo?

Un interrogativo che richiama una verità spesso sottovalutata: l’emergenza non finisce con la conclusione del soccorso.

Altri interrogativi hanno riportato alla memoria eventi ancora vivi nel Paese.

Come cambia l’intervento psicologico quando le persone colpite vengono allontanate dal luogo del trauma? È il caso del terremoto dell’Aquila del 2009, evocato nel dibattito come esempio di comunità improvvisamente dislocate, costrette a ricostruire relazioni e riferimenti in contesti completamente diversi.

Lo sguardo si è poi allargato oltre i confini italiani.

Davide Caliandro, Protection and Safeguarding Specialist di CESVI, ha portato l’esperienza maturata in crisi internazionali complesse – Palestina, Ucraina, Sudan, Myanmar, Siria, Libia – dove il supporto psicosociale si intreccia con protezione, sicurezza e safeguarding, in scenari in cui vulnerabilità e trauma assumono forme multiple e simultanee.

Poi è arrivata forse la domanda più scomoda. O forse la più necessaria.

Chi si prende cura di chi soccorre?

La riflessione si è concentrata sull’esperienza maturata dagli psicologi dell’emergenza del CISOM a partire dal 2013 nei teatri del Canale di Sicilia e di Lampedusa, accanto agli operatori impegnati nelle operazioni di soccorso e assistenza.
Medici, infermieri, soccorritori, personale sanitario e operatori chiamati a confrontarsi con salvataggi complessi, pressione emotiva costante, esposizione ripetuta alla sofferenza e, talvolta, alla morte.

In questi contesti, il trauma non riguarda soltanto chi viene soccorso. Riguarda anche chi interviene.

Stress operativo, burnout, trauma vicario, affaticamento emotivo: dimensioni meno visibili, ma profondamente reali, che possono compromettere non solo il benessere individuale, ma anche la tenuta complessiva della risposta.

L’esperienza del CISOM ha mostrato come il supporto psicologico in emergenza non rappresenti un elemento accessorio, bensì una componente strutturale della preparedness e della capacità operativa.

Il dibattito ha toccato anche un nodo particolarmente italiano: quello del ruolo degli psicologi dell’emergenza nei sistemi di protezione civile, tra opportunità operative e complessità normative derivanti dall’articolazione tra competenze sanitarie e governance territoriale.
Accanto al CISOM hanno preso parte alla discussione Angelo Napoli (SIPEM SoS Lazio), Elena Zito (SIPEM SoS Marche), Anna Maria Rinaldi (SIPEM SoS Emilia-Romagna), in un confronto che ha restituito un’immagine articolata e concreta del supporto psicosociale nelle emergenze contemporanee.

A fine giornata, una consapevolezza sembrava accomunare tutti i presenti.
Le emergenze non lasciano soltanto macerie, lasciano conseguenze invisibili, silenziose, spesso durature e costruire sistemi di risposta realmente efficaci significa imparare a riconoscerle.

Share
Share