Il racconto di Franco, volontario CISOM impegnato nella missione in Mozambico con Malteser International
Ci sono esperienze che segnano un percorso, altre che lo definiscono. Per Franco, volontario del CISOM da oltre quarant’anni – prima di fatto, poi “ufficialmente” dal momento in cui il suo passato militare gliel’ha permesso – la missione in Mozambico, al fianco di Malteser International, è una di quelle che lasciano un segno profondo.
È partito “quasi per caso”, come piace dire a lui quando parla dei capitoli più importanti della sua vita. Ma la verità è che dietro quel “caso” c’è una storia lunga fatta di competenze, disciplina, passione, desiderio di mettersi a disposizione.
Una storia iniziata anni fa, passeggiando per le strade di Bologna, quando incontrò per la prima volta una divisa del CISOM e ne rimase affascinato. Da allora non ha più smesso di servire.

Un viaggio che inizia da lontano
Quando Malteser International ha attivato il pool di esperti per far fronte alle devastanti inondazioni in Mozambico, Franco era tra i primi della lista.
Nonostante in passato la sua candidatura fosse stata respinta per “troppa esperienza”, è proprio quella stessa esperienza – maturata tra missioni, emergenze, sala operativa, elicotteri e anni di formazione – ad averlo portato lì, in quel team internazionale disposto a partire in 72 ore.
“Sono partito il 18 febbraio e sono rientrato il 1° marzo”, racconta. “Avevamo dieci giorni per portare un contributo vero”.
E quel contributo non si è fatto attendere.

Il viaggio verso l’emergenza
All’arrivo nella capitale, Maputo, la situazione appare quasi ordinaria.
“Per due giorni non sembrava di essere in un Paese colpito da un’emergenza”, ricorda.
Poi la strada cambia. Le vie si interrompono, si restringono, scompaiono sotto l’acqua; i tempi di percorrenza si dilatano. Le capanne sono ancora allagate, le tende dell’ONU disseminate lungo chilometri.
La destinazione è un ospedale regionale a circa 200 km dalla capitale. Un ospedale che serve un intero distretto, messo in ginocchio dall’alluvione.
E lì, finalmente, la missione assume un volto concreto.

Cosa serviva davvero: acqua, igiene, prevenzione
Il team aveva un compito preciso:
🔹 Ripristinare la qualità dell’acqua e renderla potabile
🔹 Rafforzare le misure igienico-sanitarie per prevenire focolai, in particolare di colera
🔹 Formare il personale sanitario sulle procedure IPC (Infection Prevention and Control)
🔹 Fornire materiali essenziali e soluzioni rapide per migliorare l’operatività dell’ospedale
🔹 Analizzare la gestione dei rifiuti sanitari e proporre interventi immediati
“Il pozzo dell’ospedale era ancora quello installato quarant’anni fa. La struttura aveva la ruggine… era in piedi per miracolo”, racconta Franco.
In quelle condizioni, anche gesti semplici diventano fondamentali.

Quando la creatività diventa sopravvivenza
Lontano dai grandi mezzi internazionali, molto spesso i risultati nascono dall’ingegno.
Il team si è recato nei mercatini locali, ha cercato pezzi, materiali, ferramenta.
“Ci siamo inventati stazioni di lavaggio per le mani partendo dai lavabi da cucina.
Abbiamo chiesto a un fabbro di costruirci la struttura.
Poi abbiamo aggiunto serbatoi da 50 litri e sapone.”
Una soluzione semplice, replicabile, efficace.
Tanto efficace che altri campi umanitari l’hanno copiata nei giorni successivi.

Qual è stato il momento più emozionante?
“Dopo le quattro ore di formazione IPC, il personale sanitario si è messo a cantare per noi.
Era un canto tradizionale di ringraziamento. Non lo dimenticherò mai.”
Cosa l’ha colpita delle persone incontrate?
“Lo scetticismo iniziale si trasformava in sorrisi.
Passavi da essere ‘lo straniero che monta qualcosa’ a ‘quello che sta aiutando noi’.
È una cosa che ti resta.”
Ci sono stati episodi che raccontano la solidarietà locale?
“Sì. Il fabbro che ci ha costruito le strutture, quando ha capito a cosa servivano, ha detto:
‘Questa ve la regalo, perché è per il mio popolo’.
Sono gesti che fanno riflettere.”
Cosa resta dopo una missione così
“Imparo sempre qualcosa”, dice Franco quasi in conclusione.
“Ogni situazione, anche la più difficile, ti restituisce qualcosa.
Ti arricchisce come persona, come volontario e come professionista.”
È un tema ricorrente nel suo racconto:
servire gli altri non è mai un gesto a senso unico.
“Ti porti a casa la carica per continuare, per superare anche quelle difficoltà quotidiane che sembrano grandi ma, in realtà, non sono nulla rispetto a ciò che vivono le persone che incontriamo.”
Per lui – e per tanti volontari come lui – è questo il cuore del servizio.

Foto dell’articolo: © Malteser International